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All’Italia serve un programma per tornare a essere un Paese vivo e sicuro

All’Italia serve un programma per tornare a essere un Paese vivo e sicuro

Di Andrea Plebe

La più grande operazione che l’Italia deve affrontare è un programma di manutenzione – e di demolizione e ricostruzione, se necessario – del suo patrimonio pubblico, dalle infrastrutture alle scuole e agli ospedali. Il crollo del ponte Morandi ne è stato il simbolo più tragico e tangibile, ma sono tante, nel silenzio, le opere a «fine corsa». E’ il richiamo che l’architetto Mario Cucinella, 58 anni, curatore del Padiglione Italia «Arcipelago Italia» alla Biennale di Venezia, rivolge ai politici.

«L’idea progettuale da Piano per Ponte Morandi traccia la via da seguire»
«Le analisi, gli studi, non mancano», dice Cucinella, «Quello che serve è un programma. I dati dell’Istat ci dicono ad esempio che gli edifici pubblici spendono 3 miliardi l’anno in bollette per il consumo energetico. Basterebbe invece investire 300 milioni l’anno in interventi di adeguamento per abbattere quella spesa. Dico una banalità: ma la nostra auto, non la sottoponiamo a una manutenzione regolare, perché sia efficiente e sicura? Purtroppo nel nostro Paese la manutenzione viene vista come un costo, mentre è un investimento, e la politica non ritiene queste operazioni sufficientemente glamour…». Il tema di prendersi cura del Paese, dalle periferie agli interventi di messa in sicurezza post-terremoto, invocati da Renzo Piano (con la coda delle ultime polemiche per il taglio dei fondi) è ciclico dopo eventi traumatici, come è stato il crollo del Ponte Morandi, di cui anche Cucinella, originario di Palermo, ha un ricordo personale. «Per un po’ di anni la mia famiglia ha vissuto a Campoligure, prima di trasferirsi a Genova» ricorda «e si faceva quel ponte per andare in città. Ne ho dunque un ricordo da ragazzo, e l’ho visto invecchiare. Ci sono passato sopra l’ultima volta prima dello scorso Natale. Si vedeva, con quegli incerottamenti dei tiranti, che il ponte era un corpo malato, fragile. E’ stata una struttura all’avanguardia, un’immagine potente. Era il tempo di ingegneri come Morandi e Nervi, oggi nessuno avrebbe il coraggio di pensare ad un’infrastruttura così innovativa, che per 50 anni, con le tecnologie e i materiali di allora, ha fatto egregiamente il suo lavoro».

Con «pazienza infinita», sottolinea Cucinella, adesso Genova «come sempre stringe i denti e soffre». Una città, sottolinea l’architetto, abituata a «inglobare» e convivere con realtà difficili come le acciaierie, il porto, «i rapporti di forza fra l’industria e l’ambiente». Fra montagne e infrastrutture, «Genova a fatica si è ritagliata lo spazio in cui vivere». L’idea progettuale del nuovo ponte illustrata da Renzo piano, dice Cucinella, traccia la via da seguire. Non sono mancate osservazioni critiche e distinguo sull’iniziativa del grande architetto genovese. Cucinella se ne dice infastidito, disturbato. Lui nello studio piano ha lavorato, mantenendo ancora oggi un rapporto di collaborazione all’interno del gruppo G124 costituito come senatore a vita per affrontare il tema delle periferie. «Ho trovato le polemiche di cattivo gusto. Piano ha compiuto un gesto di grande generosità dopo essere rimasto profondamente colpito da quanto è accaduto. Scambiarlo per qualcos’altro è il seno di un male radicato nel nostro Paese, quello dell’eterno sospetto. Piano è una delle figure più illustri del nostro Paese e ha rimarcato con il suo intervento la necessità di riqualificare, con la ricostruzione del ponte, tutta l’area che ha vissuto per 50 anni con quel mostro sulla testa e che ha qualche credito da riscuotere. Ha acceso un faro per mettere in moto il dibattito su un tema ampio.» Il Padiglione curato da Cucinella alla Biennale di architettura di Venezia prende invece in esame le aree interne del Paese, un viaggio da Nord a Sud che racconta una storia di biodiversità, di gravi problemi ma anche di grande ricchezza culturale, del radicamento al territorio. «Il problema del tornare a far vivere certe aree è molto legato al tema della loro sicurezza. Pensiamo al caso di Todi: prima del terremoto, comprare casa lì era possibile solo per inglesi o americani con grandi disponibilità economiche. Oggi nessuno vuole comprare una casa in un luogo reputato non sicuro. Bisogna pensare a un programma di lunga durata, trentennale, e ci vuole una progettualità qualificata. Quello che mi da fiducia è che l’Italia, nonostante tutto, possiede anticorpi fortissimi».

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