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Cancellazione dei fondi per le Periferie: “azzerare tutto è una logica folle”

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Di Valerio Varesi

«Sconvolgente!» esclama Mario Cucinella all’ipotesi della cancellazione dei fondi per le periferie, lui che lavora nella “banlieue” bolognese più celebre: la Bolognina.

Architetto, non se l’aspettava?
«C’erano già dei progetti avviati e contratti stipulati. Sarebbe pazzesco che chiunque arrivi al Governo azzeri tutto ciò che è stato fatto prima. Inoltre questa era un’occasione per riavvicinare i cittadini alla politica».

In che senso?
«Nelle periferie abita la maggior parte della popolazione e questi soldi sarebbero serviti a rilanciare quei luoghi che hanno bisogno di essere ristrutturati, terminati, riabilitati. Pensiamo a Bologna: il parcheggio Giuriolo non è un luogo abbandonato? Ebbene, avremmo potuto dimostrare ai cittadini che dall’abbandono si può passare a un utilizzo che restituisce dignità a tutta la zona. Complessivamente, ritengo che fossero i soldi meglio spesi».

Un’operazione con valenza fortemente sociale, quindi?
«Certo. Un’operazione di grande valore sociale in senso lato: ricostruire vivibilità, valore etico e fruibilità a quella che è la città contemporanea e che talvolta, pensiamo al dopoguerra, è cresciuta con esigenze non necessariamente di armonia architettonica. Non ultima esiste anche una valenza economica. Nella maggioranza dei casi si trattava di interventi di valore medio-basso che potevano essere il motore in grado di rilanciare le piccole e medie imprese da anni sofferenti per la crisi edilizia».

Lei ha sottolineato molto il valore politico dell’operazione. Perché?
«Avremmo potuto dimostrare che è possibile intervenire con nuove edificazioni anche in zone che normalmente non vedono grandi attenzioni. Far nascere, da ciò che è incompiuto o degradato, qualcosa di bello e utile. Era un progetto chirurgico. Io, per esempio, stavo lavorando per un centro giovani a Salerno o a ridare vita ad una scuola da tempo chiusa a Belluno. Questo avrebbe rilanciato anche il ruolo dell’architettura in città, tema di cui non si parla granché».

Di cosa hanno bisogno le periferie bolognesi?
«Bologna non ha periferie con grandi criticità. Ci sono anche luoghi che possiedono una forte identità, pensiamo a Corticella, per citarne uno. Però rappresentano zone chiave di quella città metropolitana. Aree intermedie tra il centro e la cintura che potrebbero rivestire un ruolo importantissimo di cerniera su molti aspetti».

Quali?
«Pensiamo ai trasporti. Non solo quello delle reti di bus, ma anche la diramazione delle ciclabili. E poi c’è il tema del verde urbano. Abbiamo una città nella quale si incunea la campagna come nella zona della Fiera dove i campi di grano arrivano a toccare quel quartiere, lo sfiorano».

Una grande occasione mancata quindi?
«Si poteva rilanciare la discussione non solo sull’intervento dell’architettura sulla città, ma su temi come, appunto, quello del ruolo del verde, del rapporto tra campagna e zona urbana, tra periferie e la cintyura dei centri attorno. Su tutti questi temi la politica poteva lanciare un importante messaggio ai cittadini tornando ad occuparsi di loro in modo concreto. Per fortuna l’occasione non è andata perduta».

Eppure questo governo è retto da forze politiche che hanno tratto la loro forza proprio dal voto delle periferie. Come lo spiega?
«Il precedente Governo recependo il senso del discordo al Senato di Renzo Piano, aveva avvertito la necessità di riqualificare le periferie finanziando il fondo per esse. Si era capito che occorreva togliere dal vuoto certe zone o abbandonate a un lento degrado o rimaste incompiute. Interventi tipo Giuriolo: ti ristrutturo un parcheggio grigio e vuoto e ti costruisco una videoteca. Come dicevo, in questo c’è una valenza politica e sociale oltre che un sostenibile miglioramento delle condizioni di vivibilità in generale».

Sarebbe stata una grande prova anche per voi architetti riprogettare qualcosa in un contesto esistente…
«Potevamo tornare a discutere dell’architettura come fattore di qualità urbana, tema che abbiamo rimosso».

 

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