Coraggio, imprevisti, creatività: intervista con l’architetto

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Coraggio, imprevisti, creatività: intervista con l’architetto

Di Loredana Mascheroni

Sono passati trent’anni da quando ha iniziato la sua carriera di architetto presso il Renzo Piano Building Workshop di Renzo Piano. […] Gli aspetti sociali e ambientali occupano un posto centrale nei suoi progetti, nelle sue lezioni universitarie e nel lavoro che svolge per l’organizzazione No-profit Building Green Futures e per SOS – School of Sustainability. Cucinella è decisamente in ascesa. Recentemente ha aperto una filiale del suo studio a New York e la sua agenda è piena, ma ha mantenuto un profilo basso e non si dà arie. Con pochi giorni di preavviso si è reso disponibile per un incontro presso la sede di Mario Cucinella Architects (MC A), che si trova in un a stradina non lontano dalla stazione ferroviaria di Bologna, in un grande spazio industriale che non si atteggia e che, da fuori, può passare quasi inosservato. Ha una personalità imponente e una voce bassa e misurata che modula con intensità, intrecciando liberamente ricordi e storie di progetti.

Cominciamo parlando delle città e delle opere architettoniche che hanno segnato la tua vita e la tua professione. «Sono nato a Palermo, ma vi ho trascorso pochissimo tempo. Ci siamo presto trasferiti a Piacenza, dove ho frequentato una scuola materna progettata da Giuseppe Vaccaro, architetto bolognese, figura di spicco del modernismo italiano. Gli edifici non si muovono, ma sanno viaggiare nella tua memoria: la struttura di quegli spazi, la memoria di quei banchi che spaziavano dietro una grande distesa di vetro attraverso la quale entrava sempre molta luce e il giardino circondato da un muro bianco è stata fonte di ispirazione per la scuola materna che ho costruito a Guastalla nel 2015, un progetto a cui sono molto affezionato. Quando si pensa agli edifici dedicati all’educazione, che sono essi stessi una forma di educazione, le responsabilità dell’architetto sono maggiori».

Quando hai pensato di diventare architetto? «Al liceo di Genova, dove ho vissuto da quando ho finito la scuola elementare. Viveva lì una cugina di mia madre che aveva uno studio di architettura nel centro storico: Ero più affascinato da quel luogo pieno di disegni che dalla bottega che apparteneva a mio padre, che era un artigiano. Mi sono iscritto alla scuola d’arte e poi all’università dove, a quei tempi, c’erano due corsi: pittura di figura e architettura».

Che tipo di formazione hai ricevuto dall’Università di Genova? «Ha adottato un approccio molto pragmatico. C’erano buoni professori nelle materie tecniche e la base scientifico-matematica era molto forte (il decano veniva dal mondo dell’ingegneria) ma nell’insieme i miei insegnanti erano “poveri”. Anche se ricordo con piacere le lezioni di Guido Campodonico. Poi, nell’ultimo anno, arrivò un insegnante che aveva la statura di un Mies van der Rohe: Giancarlo De Carlo. Ho studiato con lui fino alla mia tesi».

Cosa ti ha dato De Carlo? «Non avevamo un rapporto facile. Le sue qualità intellettuali erano fuori discussione, ma ho faticato a capire e accettare il suo particolare modo di fare architettura. In lui la ragione prevaleva sull’istinto, e per me, visto che avevo una grande voglia di fare le cose, ed ero spinto da grandi passioni, quella sua caratteristica era quasi un limite. Solo più tardi ho colto appieno la forza delle sue riflessioni visionarie e poetiche, il valore del suo impegno politico e sociale. L’eredità più importante che De Carlo ci ha lasciato consiste nell’aver sottolineato la necessità di affiancare i valori etici a quelli tecnici nella pratica dell’architettura».

Da De Carlo sei passato a Renzo Piano. Un’altra bella scuola. «Nel suo studio c’era un’atmosfera vivace e una grande voglia di fare. Dava molto spazio alla creatività e c’erano molti progetti stimolanti da seguire. Ho iniziato con un lavoro estivo. Ero molto motivato e non mi dava fastidio passare il mio tempo a modellare policarbonato o polistirolo: bastava stare in quell’ambiente emozionante. Poi ho iniziato a lavorare a tempo pieno, intensamente. Dopo quattro anni ero pronto a un cambiamento, volevo andare per la mia strada. Genova era una città molto bella, ma non aperta. Pensavo di trasferirmi a Parigi e Renzo mi suggerì di fare domanda a Jean Nouvel, ma finii nello studio di Piano in Rue Sainte-Croix-de-la-Bretonnerie».

Hai trovato quello che stavi cercando a Parigi? «Era una città bella e stimolante, una boccata d’aria fresca dopo Genova. E’ stato lì che ho visto per la prima volta tutti i film di Pasolini e Fellini. Ma l’esperienza al Renzo Piano Building Workshop non durò a lungo. Il problema, con le persone che sono brave in quello che fanno, è che si mettono sulla tua strada. A un certo punto bisogna staccarsi da loro».

Qual è stato il fattore che ti ha fatto prendere il volo? «Una serie di fortunate coincidenze. Avevo vinto un concorso indetto dalle Nazioni Unite per l’Unione Internazionale di Architettura. L’avevo preparato la sera, dopo aver terminato il mio lavoro in studio. Era il mese di aprile del 1992. In Italia era scoppiato lo scandalo Tangentopoli, ma a Parigi l’atmosfera era completamente diversa: erano state annunciate molte gare per l’area della Grande Arche de la Défense. Avevo scoperto che uno degli studi della Maison Planeix di Le Corbusier nel 13° arrondissement era libero, essendo stato affittato solo per il tempo necessario a lavorare ad uno di quei concorsi. Ho avuto le chiavi dopo aver chiacchierato per un’ora con il proprietario, tra sigarette e vino. Proprio in quel momento, Renzo decise di trasferire i suoi uffici in Rue des Archives e di acquistare nuovi mobili. Mi ha dato le sue vecchie cose e mi ha offerto un contratto di consulenza per sei mesi, per aiutarmi ad affrontare la pausa dal punto di vista economico. Ho passato i primi tre anni lavorando su concorsi al primo livello di quello studio e vivendo al secondo livello. Con il tempo l’ufficio è cresciuto. Abbiamo vinto due o tre concorsi e abbiamo lavorato su progetti anche in Italia».

Poi, nel 1999, lei ha trasferito lo studio a Bologna. Perché hai deciso di tornare in Italia? «Ero stanco del ritmo impegnativo di una metropoli come Parigi, di vivere in un bellissimo condominio dove non conoscevo nessuno. Durante il mio viaggio da Parigi alle Marche, dove stavo seguendo il progetto della nuova sede de iGuzzini, sono atterrato a Bologna. Mi piaceva e la trovavo una città dalle grandi potenzialità».

In questi anni di lavoro in Italia hai affinato gli aspetti di progettazione legati alla sostenibilità, adottando pratiche specifiche applicate all’edilizia abitativa e all’urbanistica. Oggi molti usano la parola “green”, forse in modo superficiale. Quali sono i requisiti di una progettazione sostenibile? «Se usata in modo improprio, la parola perde rapidamente di significato. Il suo vero significato riguarda il passaggio dall’era dei combustibili fossili alla cosiddetta era post-carbonio. Un passaggio necessario che nasce dalla consapevolezza che il mondo in cui viviamo ha bisogno di essere curato. Immaginare edifici sostenibili significa entrare in un dialogo profondo con il clima e con il luogo, utilizzando poca tecnologia e lavorando molto sulla forma e sui materiali che partecipano sempre più attivamente al raggiungimento del risultato, in quanto capaci di fare un lavoro invisibile all’interno di una nuova economia circolare. La strada da percorrere non è facile, ma non ci sono alternative: non c’è futuro senza sostenibilità».

Uno dei vostri progetti più importanti da questo punto di vista è stata la Casa 100K, che però non è mai stata costruita. «Ha garantito zero emissioni di CO2 grazie all’integrazione delle celle fotovoltaiche nell’architettura e all’adozione di tutta una serie di dispositivi strutturali che hanno reso la casa una perfetta macchina bioclimatica. Abbiamo cercato di realizzare questo progetto prima a Settimo Torinese, poi a Lodi e infine in Calabria, sperando nel sostegno delle amministrazioni comunali (era un progetto di edilizia sociale) ma non siamo usciti dai blocchi di partenza. Non mi arrendo». […]

Quanto conta la ricerca nel suo lavoro? «È fondamentale. Ho un team dedicato che si concentra sull’analisi ambientale e climatica. La ricerca mi aiuta anche nelle mie scelte architettoniche ed estetiche, e rafforza la mia filosofia, che si può riassumere nel concetto di “empatia creativa”, che è cercare di capire un luogo in tutta la sua complessità e utilizzare la creatività per dare forma al progetto. Uno studio di architettura è un’impresa culturale, non si occupa solo del profitto. Attraverso la ricerca si anticipano le risposte alle possibili richieste». […]

Milano è al centro delle vostre attività. Pensi che sia una città pronta ad accettare la tua filosofia progettuale? «La struttura economica e politica di Milano sta creando le giuste condizioni per intraprendere progetti di qualità. Ci sono persone che investono nella città, e per questo motivo sono accadute e stanno accadendo molte cose interessanti, molto diverse tra loro. E il mondo politico è un attore importante in questi cambiamenti. Sta dimostrando coraggio». […]

Il tema della ricostruzione è tragicamente attuale. Qual è il modo più corretto di intervenire? «Ci sono due modi: la ricostruzione dopo il terremoto e la prevenzione. Occorreranno almeno due generazioni per lavorare sul patrimonio esistente, sviluppando un sistema di diagnostica in grado di affrontare i problemi strutturali degli edifici. Il recupero degli edifici danneggiati è anche un modo per far ripartire le nuove economie. Credo che una seria politica di prevenzione dovrebbe studiare modalità di incentivazione da questa prospettiva, simile all’ecobonus (un sistema di crediti d’imposta per favorire l’efficienza energetica) Possediamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno per scoprire come affrontare seriamente il problema. Sarà colpa nostra se non facciamo nulla». […]

Tutto questo succede a Bologna, ma MC A è arrivato anche anche a New York. «Siamo all’inizio di una storia meravigliosa, ne sono certo. È un investimento che faremo nei prossimi dieci anni. Passerò parte del mio tempo in America. È importante vivere in luoghi dove l’energia è alta. Negli Stati Uniti c’è un mercato complicato e ci sono molti conflitti, perché è un paese fatto di tante persone diverse, ma c’è anche molta fede. Ci vuole sempre un pizzico di incoscienza per affrontare cose nuove e inaspettate, ma l’imprevisto è una componente fondamentale della creatività. Se non funziona, torneremo a casa con una bella esperienza americana e un po’ più di energia. Si arriva negli Stati Uniti con Trump in carica, emblema della negazione del riscaldamento globale e di altre minacce per l’ambiente. Questo non è certamente un dettaglio minore per un architetto con il tuo approccio al design. La posizione assunta da Trump rispetto al cambiamento climatico può produrre una forte reazione in difesa dell’ambiente. Per questo motivo, oggi ha ancora più senso essere parte attiva sulla scena americana».

Articolo in inglese pubblicato su

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