Coltivare il Futuro

Pubblicato
15 Oct 2020

Lettura
5 min


Un dialogo con Mario Cucinella sugli edifici, il clima e ciò che consideriamo smart. Imparando dalle piante

Intervista di Alessandra Laudati

Si intitola Building Green Futures il nuovo libro di Mario Cucinella Architects, una riflessione sul futuro del progetto architettonico attraverso gli ultimi lavori dello studio. Con un dialogo tra Cucinella e Stefano Mancuso, scienziato e docente all’Università di Firenze, che fa un’inedita comparazione tra gli edifici e il mondo delle piante, capaci di adattarsi alle esigenze esterne utilizzando tutte le loro risorse. Davanti ai cambiamenti climatici è proprio seguendo l’intelligenza delle piante che dovrebbe modificarsi l’approccio culturale alla progettazione architettonica.

Lei è stato fra i primi architetti a occuparsi di queste tematiche e da molti anni il suo lavoro ha un’attenzione particolare alla sostenibilità. Basta leggere la storia dell’architettura per capire che c’è sempre stata una complicità con l’ambiente e un’attenzione alle risorse. Negli anni Novanta l’orgia tecnologica aveva un po’ traviato tutti. Occuparsi del rapporto con il clima e con i consumi è da sempre uno dei pilastri dell’architettura, un fondamento che poi la modernità ha cancellato in nome della tecnologia. Per me è stato un inizio recuperare una strada che si era un po’ perduta, una mia curiosità. L’architettura vernacolare, i grandi edifici della storia avevano sempre trovato una complicità con l’ambiente naturale. Una curiosità che è diventata un pilastro del mio lavoro.

Un argomento poco indagato in Italia nel campo della progettazione. L’Italia è un paese sempre un po’ in ritardo. All’inizio ero più legato ai tedeschi e agli inglesi. Nel Nord europeo la coscienza ecologica era molto più sviluppata: emergenza climatica, inquinamento, movimenti contro le centrali nucleari. Comunque non e mai tardi… Se gli altri seguono, meglio.

L’architettura può contribuire a che questo pianeta non vada completamente in malora (o si rivolga contro se stesso)? Non molti architetti hanno la sua sensibilità. Credo non ci siano molte opzioni sul tavolo. L’architettura delle città e il futuro degli edifici saranno per forza legati a questo tema. Anche le Nazioni Unite, l’Europa, i governi hanno cominciato a capire che la sostenibilità riguarda anche la costruzione del consenso. A forza di alluvioni o problemi di energia e d’inquinamento, si costruisce il malessere di una società che sta diventando sempre più attenta ai temi della salute e a quelli ambientali. L’architettura è l’area in cui c’è il più alto consumo di energia e produzione di emissioni, è evidente che il tema urbano e di come abiteremo le città, cercando di non morire soffocati, sarà uno dei punti cruciali della politica. Gli architetti e gli ingegneri dovranno rispondere sulla mobilità, sui consumi energetici. Ora c’è molta più sensibilità. Traghettare da culture improntate al consumo e al profitto a qualcosa che diventi un bene comune è un passaggio lento e difficile.

A livello universitario esiste un’indagine approfondita sulla sostenibilità? Le università sono un po’ lente sui cambiamenti. Molte però si stanno impegnando con master aggiornati. Il problema non è fare dei corsi ma dare dei contenuti. Non puoi affrontare nuove sfide con vecchi strumenti. Le università hanno dovuto reagire per forza. La domanda viene dagli studenti, non dai docenti. Sono i ragazzi che chiedono cultura di sostenibilità e quindi si deve dare una risposta. Le grandi sfide dei prossimi vent’anni sono in mano loro. E noi dobbiamo aiutarli.

Dal punto di vista economico quanto incide progettare con questo approccio? È una domanda trabocchetto che fanno quelli che non vogliono cambiare. Non è vero che facendo attenzione alla sostenibilità si spende di più. Si deve progettare meglio, che è diverso. C’è ancora la mentalità che per fare qualcosa di sostenibile si deve comprare qualcosa di più. Non è così. Per costruire edifici più performanti bisogna proporre progetti migliori. Noi viviamo in un mondo in cui pensiamo che la soluzione la darà una macchina, un software. Invece è molto più semplice: lo darà un buon progetto, con quegli accorgimenti che sono parte della storia dell’architettura.

In un libro Adolf Loos affermava che «si deve imparare a costruire dai contadini». È una cultura molto italiana quella contadina, molto ecologica. Non c’è contadino che butti via il cibo o che sprechi risorse, perché le risorse sono poche. In un mondo in cui lo spreco è considerato una grande conquista, anche i progettisti devono tornare alle origini. È un fatto tutto creativo e intellettuale. Abbiamo lavorato tanto contro il clima e adesso abbiamo scoperto che le città sono un incubo di traffico e d’inquinamento.

II suo incontro con Stefano Mancuso? Stefano Mancuso fa un discorso molto interessante che bisognerebbe ascoltare di più. Racconta del rapporto che le piante hanno con il clima, la loro capacità di adattarsi, di utilizzare le loro risorse. Gli edifici sono un po’ come le piante: non si spostano, sono fermi e subiscono gli agenti esterni. La sua lezione è che nei millenni le piante sono riuscite a costruirsi gli strumenti di adattamento. Per gli edifici purtroppo oggi non è così, hanno bisogno delle macchine, dei condizionatori, della luce artificiale. Io sono convinto che dobbiamo tenere a quello che abbiamo intorno a noi, al luogo in cui viviamo che è la Terra. Credo sia il più grande fallimento del nostro tempo pensare che qualcun altro risolverà il nostro problema. Il problema lo risolveremo noi. Non un computer o un’intelligenza superiore. Lo abbiamo fatto per migliaia di anni… Bisogna ritrovare una conoscenza che è andata perduta. Questo implica una fatica. Immaginare un edificio che consuma zero energia, che è fatto con criteri di riciclo dei materiali, che rispetta le risorse naturali è oneroso dal punto di vista intellettuale. L’edificio non è smart. Diventa smart per come lo usiamo noi. Puoi metterci il computer che vuoi o la domotica che vuoi, ma è il nostro comportamento che lo fa diventare smart, non una app.

Quando parla di opportunità progettuali rispetto al cambiamento climatico a che cosa si riferisce? Sta avvenendo un cambiamento climatico molto importante: stagioni calde che si allungano, temporali micidiali, spostamento della latitudine, scioglimento dei ghiacci, e noi stiamo facendo finta di niente. Di fronte a questi cambiamenti abbiamo due scelte: o li subiamo o li progettiamo. Se c’è un cambiamento di clima, un innalzamento dei mari, si pongono delle questioni. Come trattiamo le città che stanno sul bordo dell’Adriatico o del Tirreno? Come costruiamo le case di domani in modo che la gente non soffra il caldo nel periodo estivo e che rapporto c’è tra la natura e gli edifici per le temperature urbane? Sono tutte opportunità progettuali che hanno bisogno di riflessioni. Se avvengono dei cambiamenti bisogna impostare strategie nuove. La scuola dí domani, gli ospedali, le nuove malattie sono temi che dobbiamo considerare come opportunità creative e non come problemi irrisolvibili. Se no che ne sarà dell’homo sapiens?

Notizie correlate

Tutte le nostre novità

Copyright 2022 MCA.