La città? Una bella Factory

Pubblicato
13 Feb 2020

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In futuro saremo sempre più urbani. Per evitare una terrorizzante e degradata megalopoli la progettazione dovrà coniugare estetica, ruralità e logistica veloce.

Di Mario Abis

La Dante Alighieri, che rappresenta la cultura italiana nel mondo, in diretta relazione con il ministero degli Esteri, ha promosso un dibattito a Montecarlo sul rapporto contraddittorio fra degrado e bellezza nelle città, con l’idea innovativa di mettere in dialogo un analista sociale Mario Abis e, Mario Cucinella, un architetto che ha fatto dell’attenzione all’ambiente e alla sostenibilità il segno del suo successo. Lo scenario è quello distopico di Manuel Castells che parla di pianeta metropolitano: fra meno di cinquant’anni sarà popolato da 1 l miliardi di persone, contro i quasi 8 miliardi attuali, che si concentreranno per il 75% nelle città. La prima questione è quella di comprendere le varie distintività che sono in gioco, a cominciare dalla struttura stessa delle città: città metropolitane sì, ma molto diverse l’una dalle altre.

Agli agglomerati urbani e alle aree metropolitane che presentano una diffusione di attività non ben definite territorialmente e amministrativamente si affiancano le mega city, città di grandi dimensioni con forti municipalità; le città monocentriche, cioè nuclei centrali circondati da anelli di densità decrescente che inglobano progressivamente insediamenti minori, e ancora le città policentriche (Milano, città regione, ne è un esempio), che si delineano per punti di concentrazione differenziati per funzioni, produttive e residenziali: “le città nelle città”, come è stato osservato e 20 megalopoli definite da contesti di sviluppo lineari per diffusioni infrastrutturali, funzionali, insediative e culturali. Tra le 20 megalopoli di oltre 30 milioni di abitanti , è compresa anche la megalopoli lineare italiana che va da Torino a Venezia. In queste particolari megalopoli, che segnano anche infrastrutturalmente lo sviluppo del pianeta, si concentra attualmente il 35% del Pil mondiale e il 9% della popolazione mondiale.

La questione posta in particolare da Cucinella è duplice. Innanzitutto, come valorizzare i territori non metropolitani residuali citando la grande opportunità ripresa nella sua mostra alla Biennale di Venezia “Arcipelago Italia, per cui l’Italia ha una funzione interessante nel sistema possibile di interconnessione dei propri borghi, in particolare appenninici, che hanno forti identità culturali.

Il secondo punto posto da Cucinella è stato quello dei parametri di forte qualità estetica per la progettazione del futuro. Non si tratta solo, e questo è anche un punto di vista sociologico, di un aspetto architettonico urbanistico (come rendere bello il pianeta metropolitano), ma anche di uno strumento di nuovo welfare sociale. Se la popolazione del futuro sarà sempre più anziana e malata (almeno il 30% degli 11 miliardi previsti) la bellezza metropolitana costituisce una delle forme naturali di contrasto alla malattia e in particolare alla malattia cronica. Essere in un luogo di bellezza significa avere anche salute, motivazioni, energia: l’arte in questo contesto diviene un motore assolutamente fondamentale, tanto più importante quanto più la popolazione anziana ne è stata lontana e la vive come prima esperienza.

Un’altra questione dal profilo socioeconomico è come un pianeta delle metropoli potrà assorbire il valore di una ruralità in gran parte dismessa o scomparsa. Qui si aprono scenari straordinari e complessi per il progettista: non tanto boschi verticali, quanto contesti di campagna inseriti dentro la città metropolitana, dentro gli stessi building o le aree da essi circoscritte. La città del pianeta metropolitano dovrà, per salvarsi, diventare una grande factory. La connessione immaginata da chi scrive e da Cucinella è quella di un’alleanza virtuosa fra agricoltura e cultura, fra un ambiente produttivo e un ambiente di benessere. In questa alleanza come saranno la sanità, la scuola e i luoghi di benessere e di intrattenimento? Come sarà la fabbrica metropolitana visto che già da tempo le imprese manifatturiere stanno rientrando nelle città? Il rischio del degrado in un sistema così complesso è naturalmente altissimo, e dipende dalla capacità delle governance di tenere sotto controllo le relazioni fra tutti i sottoinsiemi. Se si dovesse prendere un esempio brillante dovremmo citare Singapore, massima densità, alta estetica nell’architettura, penetrazione del verde dentro la città, logistica leggera e veloce, buon rapporto visivo con l’ambiente, in particolare con il mare. Queste forse saranno le vere città smart, in cui per opporsi alla distopia si dovrà guardare alla costruzione del silenzio, al rallentamento dei tempi, al recupero di attenzione e concentrazione, che sono in via di estinzione. Insomma, il pianeta metropolitano è certo una visione vicina e terrorizzante, ma è anche l’occasione per creare una nuova antropologia e governare il territorio con una politica intelligente che parta dal piccolo paese e arrivi alla grande megalopoli.

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