La prima eco-casa per rifugiati nasce in Basilicata, terra d’emigranti

Pubblicato
17 May 2016

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Sarà fatta di canapa, legno e generosità, la prima eco-casa per rifugiati. E sorgerà in Basilicata, a Scanzano Jonico, tra le spiagge del Mar Ionio e i Sassi di Matera. Dietro alla prima “Casa per la Pace”,  frutto di un accordo siglato pochi giorni fa a Roma nella sede della Fao, c’è una bella idea ma, soprattutto, storie di persone. E di una regione che ha conosciuto la lunga e travagliata epopea in cui gli emigranti eravamo noi.

E’ il frutto di un incontro singolare che mescola assieme l’utopia coinvolgente del premio Nobel per la Pace Betty Williams, il progetto ecosostenibile dell’architetto Mario Cucinella, l’impegno appassionato di una stella di Hollywood come Sharon Stone e il mecenatismo nativo di due imprenditori, lucani d’origini e per attività, come Nicola Benedetto e Pasquale Natuzzi.

Personalità così diverse eppure magicamente amalgamate in un accordo unico nel suo genere a favore dell’accoglienza dei rifugiati. Un progetto, si capisce, che generosamente prende il largo controcorrente, offrendo un tetto a chi invece, in giro per l’Europa, incontra più spesso muri e filo spinato. Nasce così la prima “Abitazione per la Pace” e, non a caso, in una terra che alla fine dell’Ottocento – nel decennio 1896-1905 – ha registrato il picco di oltre 120mila lucani espatriati, con una media superiore a 12.000 unità. Un flusso calcolato in 264.432 unità in un trentennio, superiore alla metà della popolazione residente in Basilicata nel 1901. E’ come se ogni anno un intero paese fosse scomparso nel nulla, facendo della Lucania la regione d’Italia più colpita dall’esodo migratorio, seconda solo al Veneto. Cifre che fanno il paio con quelle che, un secolo dopo, ci consegna la cronaca recente: sono 111mila, infatti, i migranti accolti dall’Italia al 31 marzo scorso.

Insomma, a flussi invertiti, la Basilicata prova a ritagliarsi un nuovo ruolo: da terra di partenza a luogo (anche) d’approdo. Superando e rovesciando, a suo modo, le tante contraddizioni di un territorio povero ma bello, dove nel 2003 si voleva conficcare scorie nucleari nelle viscere di Scanzano; in cui l’illusione del petrolio convive con la speranza delle energie rinnovabili; l’arretratezza raccontata da Carlo Levi è divenuta orgoglio nella Matera capitale della Cultura e dove l’agricoltura (e con essa il turismo) aspira a guidare il riscatto dalla modernizzazione che ne causò la progressiva “desertificazione” di braccia e menti.

Ed è proprio a Scanzano, allora, che si può riscrivere questa storia al contrario prendendola, però, per il verso giusto. In cui la diffidenza diventa accoglienza, il timore del diverso lascia spazio all’inclusione, l’emigrazione si fa comunità e la terra ospite diventa, appunto, casa. Grazie all’entusiasmo della nord-irlandese Betty Williams, ispiratrice e madrina di una nuova intesa che va a rafforzare il suo progetto della Fondazione della Città della Pace per i Bambini (legata al World Center of Compassion for Children Onlus), che ha già ospitato 110 rifugiati e richiedenti asilo e ora si propone come «un modello da seguire nei prossimi anni per dare una soluzione umana ed efficace alla richiesta di aiuto che arriva da parte dei rifugiati e dei richiedenti asilo che approdano sulle coste europee».
Un modello di accoglienza “esportabile” la cui idea di fondo, promossa da Sharon Stone nella sua visita di settembre, è che ONG e privati possano concorrere insieme alle amministrazioni pubbliche ad elaborare modalità innovative e virtuose non solo per l’accoglienza ma anche per l’integrazione delle persone costrette a fuggire dal loro Paese d’origine.

Su questa base teorica l’architetto Mario Cucinella ha disegnato il progetto, donandolo alla Fondazione della Williams che, una volta realizzato su terreno pubblico, lo passerà in dote al Comune di Scanzano: «Ho sviluppato questo progetto – ha detto Cucinellapartendo da forme naturali e pensando alla qualità abitativa ed alla sostenibilità, perché i rifugiati hanno i nostri stessi diritti e le nostre stesse esigenze. La realizzazione della prima “Abitazione per la pace’ è soprattutto un atto di responsabilità che dimostra come il nostro sia ancora un Paese ricco di generosità».

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