L’architettura è complice del Pianeta

Pubblicato
10 Nov 2015

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L’architettura può fornire risposte per proteggere l’ambiente. Questo ci racconta l’architetto e designer Mario Cucinella, che sottolinea come “la sostenibilità non sia fatta di parole, ma di azioni“.

Expo Milano 2015 è la prima Esposizione Universale che fornisce ai Partecipanti informazioni in termini di sostenibilità ambientale. Insieme a Green Building Futures, l’organizzazione da lei fondata, e alla Fondazione Lombardia per l’Ambiente, lei ha elaborato le linee guida per l’adozione di soluzioni sostenibili nella progettazione, costruzione, smaltimento e riutilizzo dei Padiglioni temporanei dei paesi partecipanti (Self-built Exhibition Space): su quali aspetti si è maggiormente concentrato quando li ha scritti? «Vorrei iniziare dicendo che stiamo parlando di linee guida di natura tecnica, di esplorazione, non per la parte più creativa del design. Si basano esclusivamente su aspetti di natura puramente metodologica. L’architetto che si propone di realizzare un Padiglione – al di là degli aspetti creativi, formali o filosofici – deve avere principi molto solidi. Le Linee Guida sono un insieme di domande che includono i temi dell’energia, dei materiali, del sito e dell’acqua. Nasce dal principio di grande praticità e fruibilità per un architetto e credo che avere una semplice, ma molto precisa, guida alle azioni e ai risultati sia stata un’impresa importante, che insieme ad Expo 2015 S.p.A. si è rivelata uno strumento utile».

Come possono i progettisti stranieri osservare le istruzioni per la costruzione senza conoscere l’ambiente di lavoro italiano? «La grande novità di questo rapporto con Expo 2015 S.p.A. è che le linee guida sono realizzate da professionisti per professionisti. Spesso le linee guida sono un po’ troppo teoriche o accademiche, ma sono state realizzate con il linguaggio degli architetti, con utili consigli sulla gestione del lavoro progettuale che ha a cuore la sostenibilità degli edifici. Sono linee guida molto precise: rispondono alle esigenze dei progettisti, siano essi malesi, indiani, giapponesi o americani. Parlare di energia per un indiano e un americano è lo stesso per me che sono italiano o chiunque altro. Le linee guida non diranno “devi fare cose come questa”, ma presentano un’ambizione che parla ai progettisti – qualunque sia il loro background, nazionalità o modo di lavorare – “usale come strumento di orientamento per il tuo lavoro”. Ovviamente i designer stranieri dovrebbero essere informati sul particolare clima, dato che l’Expo 2015 si terrà in primavera e in estate, quindi bisogna affrontare le questioni del raffreddamento e del riscaldamento. Lo scopo della guida è che gli edifici siano il più possibile passivi dal punto di vista energetico. L’idea, molto legata al tema di Expo Milano 2015, è che anche un edificio, un’architettura, uno spazio, deve essere contestualizzato con l’ambiente, come un edificio di complicità, non di antagonismo. Un edificio ben progettato ha sostanzialmente bisogno di poca tecnologia per funzionare: questa è la domanda su cui dobbiamo concentrarci maggiormente».

Sappiamo che il percorso di sostenibilità proposto da Expo Milano 2015 per la progettazione e la realizzazione dei Padiglioni dei Partecipanti ha suscitato molto interesse: i Padiglioni principali hanno soddisfatto i parametri. Nella sua professione ha trovato questi percorsi anche in altri grandi eventi nel mondo? «Il fatto che un gran numero di persone in visita a Milano abbia deciso di guardare alla questione della sostenibilità nel suo complesso è un segnale che negli ultimi anni la questione è sempre più al centro delle politiche nazionali. Questo sembra essere il termometro di Expo Milano 2015. Sicuramente le Olimpiadi di Londra 2012 sono state un banco di prova. Ricordo poi l’Expo di Siviglia del 1992, quando a volte c’era, con il coinvolgimento delle università, l’interesse a fare esperimenti sul raffreddamento passivo e sui sistemi evaporativi. C’è sempre stato un filo conduttore, ma forse non c’è mai stato un approccio sistematico, che invece sta diventando uno dei tratti distintivi del lavoro di Expo Milano 2015. È forse davvero una delle prime volte che un organizzatore ha deciso di dare vita ad una guida per costruire in modo sostenibile; prima le scelte e le capacità architettoniche erano sempre nelle mani di ogni Paese. L’Expo diventerà una piattaforma educativa in questo senso: dobbiamo fare una vera e propria verifica di ciò che verrà costruito e, dopo l’evento, di ciò che verrà riutilizzato e riciclato. La sostenibilità non è fatta di parole, ma di azioni. Poter condurre un’analisi post hoc aiuta a capire come uno strumento è stato utile, quante scelte sono state fatte e questo trovo una forma di educazione, una curva di apprendimento, perché riunisce visione, progetto e realtà. Poiché siamo tutti ancora in una fase di apprendimento e siamo ancora lontani da quello che dovrebbe essere un modo di lavorare ogni giorno, Expo Milano 2015 deve essere un’esperienza che metta sul tavolo dei problemi e dia risposte. E’ molto importante capire come è stata data la risposta, per avviare un processo cognitivo, e non certo punitivo, ma piuttosto una crescente consapevolezza e una comprensione collettiva».

Poiché l’Expo è anche un evento educativo, pensi che l’architettura possa offrire spunti di riflessione su temi importanti, come Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita? «Lo scopo dell’Expo dovrebbe essere un’occasione per riflettere su temi di natura globale. Il tema dell’energia, che si tratti di cibo, elettricità o calore, al momento sta guardando ai bisogni di tutti i Paesi. È forse la prima volta dalla Rivoluzione Industriale che c’è stato qualcosa che ci riunisce su come produrre cibo per tutti senza compromettere le risorse del Pianeta. Le risposte si articolano attraverso una lente che è climatica, culturale e legata all’innovazione in tutti i settori, quindi non c’è una formula magica. L’architettura è responsabile di oltre il 50% del consumo energetico del Pianeta e di oltre il 40% delle sue emissioni di CO2, quindi non solo dovrà dare risposte, ma sarà probabilmente il segmento in cui ci potrà essere un maggiore impatto su questi temi, per cui il suo contributo è molto importante».

Come può un edificio ospitare la gestione del cibo? «Il modo in cui un edificio assume le funzioni del cibo, il modo in cui lo spazio è organizzato è molto legato al tipo di attività. I nuovi sistemi di distribuzione del cibo, il modo in cui sono stati rivisti i processi di ospitalità, le grandi piazze che ospitano diverse strutture di ristorazione implicano un’organizzazione degli spazi diversa da quella precedente. Da questo punto di vista, il rapporto tra produzione alimentare e consumatore negli ultimi anni è molto cambiato. Basti pensare ad Eataly, dal punto di vista del suo spazio che non è più organizzato come un supermercato o un ristorante, ma come luogo di cultura del cibo».

L’evoluzione dello spazio può cambiare il modo in cui le persone mangiano?«Assolutamente! Al giorno d’oggi non si va in posti solo per mangiare. Il cibo ora nutre la nostra mente. Stiamo parlando di cultura del cibo, consapevolezza, e la gente ora vuole sapere cosa mangiare. Sul tema del cibo si sta muovendo anche un grande dibattito sulla coscienza delle questioni ambientali. Tutti questi elementi cambiano i luoghi, in modo che non siano solo luoghi per fare qualcosa, ma luoghi dove possiamo imparare qualcosa».

Con il tuo Studio MC A ti occuperai dello spazio espositivo di Granarolo all’interno del Padiglione Italia: puoi fornire dettagli sulle scelte che hai fatto nello sviluppo del concept e degli aspetti strutturali? «Le forme del cibo hanno ispirato la formazione dello spazio? “Lo spazio Granarolo è stato creato per comunicare l'”esperienza del latte”. Granarolo si occupa di un alimento, il latte, che è fondamentale e fondamentale per la crescita. Ha molte espressioni diverse e la parte più interessante della sua produzione è che è buono quando c’è una buona agricoltura. Il tema che si vuole comunicare non è solo il prodotto o i suoi derivati, ma l’intera filiera del latte, come vengono realizzati i mangimi, i cereali, la soia e tutti gli altri passaggi che portano alla nostra tavola. Quando questa catena non funziona si verificano situazioni drammatiche: Il latte è un termometro della qualità ambientale del Pianeta. Il Padiglione racconta la storia dell’importanza delle filiere e quindi della qualità a monte di un prodotto. La forma dell’edificio è una sorta di fiore i cui petali sono costituiti da un materiale traslucido, leggerissimo, da cui emana la luce, per esprimere l’idea di spazio smaterializzato. In questi petali sono presenti vari temi, tra cui uno legato all’arte – la Madonna del Latte del XVI secolo – che dimostra come la cultura del latte fosse già presente nell’arte rinascimentale. Era molto importante intrecciare in questa storia i mondi dell’agricoltura, della produzione, dell’arte e del gioco. Nello spazio c’è uno schermo a tre facce progettato dall’architetto Tarpini su cui è presente un video racconto di questa catena».

Attraverso il tuo lavoro hai visitato molti luoghi in tutto il mondo: L’Expo di Milano 2015 ospiterà molti Paesi, e la visita al Sito Espositivo sarà un viaggio attraverso forme, sapori e conoscenze. Quali sapori vorrai provare? «Piuttosto che provare un sapore particolare vorrei approfondire il tema delle filiere di Expo Milano 2015, cioè capire da dove vengono le cose e cosa c’è dietro il sistema del cibo che mangiamo. Voglio visitare i Cluster e capire quali settori corrispondono a territori, popoli e culture diverse. Credo che lo spirito dell’Expo sia destinato a mostrarci anche quello che arriva sulla nostra tavola nasce da un forte rapporto con il territorio e l’ambiente. Dietro il mondo del cibo c’è la natura, c’è il clima, ci sono le persone».

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