Le architetture non dividano Welfare e identità nei quartieri

Pubblicato
11 May 2020

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di Giacomo Valtolina

Dialoghi da una città che cambia. Palazzo Marino chiama a raccolta i designer per «ridisegnare gli spazi» di «una nuova socialità» post Covid. Dalla Triennale il presidente-architetto Stefano Boeri indica la rotta degli «antichi borghi» con spazi pedonali, alberi e servizi a portata di mano. Dal mondo dei professionisti, la designer Patricia Viel non vede mediazioni, in una città sì multicentrica ma dove non sono le architetture e i «concetti edili» a poter cambiare i comportamenti di una città, né la metropoli in sé che può trasformarsi. Per l’architetto Mario Cucinella — numerosi i suoi progetti in città da Porta Nuova a Sesto — non si tratta di ripensare l’intero concetto di città né di porre confini («architetture che limitino i rapporti sono una contraddizione»). Si progetta e costruisce «per unire, non per dividere». E «gli atti di responsabilità collettivi di oggi non devono tramutarsi in paura di stare insieme». Bisogna disperdersi «nella città», e non «chiudersi dentro a contenitori».

Architetto Cucinella, dopo il Sars-Cov-2 cambierà il modo di progettare? «Osservare città meno sotto stress, strade senza traffico e persone che si fermano da quel correre verso “non si sa bene dove” ha reso evidente a tutti i vantaggi di una città più verde e più intelligente. E la necessità di un cambiamento. Personalmente ho visto confermarsi il filone ambientale che porto avanti da 3o anni. Ora guai a tornare indietro».

Siamo davanti a un cambio di mentalità strutturale? «Sessanta giorni chiusi in casa hanno dato a tutti una consapevolezza più ampia. E bello assistere a una città che si riappropria degli spazi pubblici, più pulita e più accogliente. E che sia chiaro come i piccoli luoghi, le strade e le piazze vadano usati di più. Ma attenzione, non si pensi di aver scoperto l’acqua calda». In che senso? «Ho l’impressione che dopo anni di convegni sul tema della rigenerazione urbana, sui quartieri e sui bisogni, rimasti soltanto teorici, si potesse arrivare prima a capire come avere servizi a portata di mano, nell’arco di 15 minuti, fosse un intervento più di welfare che architettonico. Siamo arrivati tardi… Ma ben venga la riscoperta della centralità dell’architetto e della progettualità al fine di ripensare il rapporto tra la metropoli e i suoi quartieri, che già esistono e che non vanno stravolti. Bisogna semmai migliorarli con inserti di architettura contemporanea per completarne la loro essenzialità. Vale a dire scuole, ambulatori, spazi verdi, servizi, eccetera».

La città «policentrica»? «Il punto è proprio questo: le reti di relazioni si trovano in molti luoghi. Che non vanno trattati come entità astratte della città, ma come le sue parti storiche e moderne, il centro e le periferie, con i loro simboli e le loro identità, fornendo servizi che migliorino la qualità di vita. Non esiste un solo centro, mi pare un’idea “patrizia”, come se chi vivesse in periferia fosse escluso o fosse cresciuto in luoghi senza vita o dinamica. Certo, i tessuti sociali sono diversi, ma i quartieri sono fatti anche di memorie, di ricordi, non solo di architetture: persino il senso del bello può diventare molto relativo rispetto alle storie di chi ci abita».

Più verde tradizionale, o più verde urbano, tipo Biblioteca degli alberi? «Serve un’architettura del paesaggio variegata. Avere solo un tipo di parco urbano non sarebbe interessante. La città non si salva con gli alberi bensì con il rinnovamento delle caldaie, con l’innovazione digitale, con stili di vita più consapevoli (traffico, emissioni, consumi), ma non ci sono alternative alla natura, il vivere bene passa dal verde: le persone non vanno più via nel weekend ma restano in città e frequentano i parchi».

E le grandi opere? Come si inserisce oggi il progetto di uno stadio in un quartiere? «Il Meazza è una memoria collettiva molto forte e deve diventare involucro di altre funzioni “accessibili”. Attenzione alla felicità dei rendering, perché affinché l’idea funzioni dovrà passare il messaggio che è lo stadio di tutti. A San Siro servirà grande condivisione degli spazi e del verde. Sennò la città diventerà per pochi mentre oggi il tema è che sia “per tutti”».

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