Per favore aboliamo il concetto di periferia

Pubblicato
03 Nov 2021

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Cucinella: «La città moderna è dilatata. I 15 minuti? Forse non bastano»

Architetto Mario Cucinella, perché vorrebbe abolire la parola «periferia»? «Ecco, adesso l’amico Renzo Piano mi toglierà il saluto. No, scherzo, in fondo arriviamo alle stesse conclusioni: che senso ha oggi parlare di centro e periferia quando si può usare l’espressione “città moderna”? Che è fluida, collegata, osmotica».

Non dappertutto. «L’Italia non ha grandi metropoli e il termine città metropolitana indica delle realtà politiche, non effettive. Prendiamo un’area grande come quella di Torino. Secondo lei un abitante di un comune grande e dotato di identità forte si sentirà torinese?»

Lei insiste sull’atto del rigenerare più che sul costruire. Il progetto per l’Università Roma 3 è questo? «Sì, perché alla base c’è l’idea di una grande piazza che unisca zone diverse. Nel quartiere Ostiense (dove domani avrà luogo la terza e ultima tappa dei Bello dell’Italia 2021, ndr.) convivono realtà differenti, mi piaceva l’idea di un approdo comune nel nome di studio e ricerca».

Non si parla un po’ troppo spesso di rigenerazione? «Si parla troppo, punto. Sa che cosa mi fa arrabbiare?»

Che cosa? «Dovremmo approfittare di questo periodo per coltivare le domande invece di continuare a dare risposte».

Gli architetti parlano troppo? «Facciamo un esempio: quello del cambiamento climatico è un tema gigantesco, i cui contorni non sono ancora chiari. E tempo di definire bene le domande, per me».

Oggi si discute tanto della «città da 15 minuti». «Riflessione ottima, che viene da Parigi. In sintesi: una città in cui tutti i servizi siano a disposizione dei cittadini ad una distanza massima di 15 minuti in bicicletta o a piedi. Però io mi domando: per come è organizzato il nostro tempo, i 15 minuti basteranno? In altre parole: studiamo bene le abitudini, vediamo di che cosa abbiamo realmente bisogno, mettiamo da parte gli slogan. Guardiamo, per esempio, ai tanti centri storici dove le case hanno prezzi impossibili e che stanno diventando delle isole chiuse. A Vienna, per fare un esempio virtuoso, ci sono alloggi pubblici anche nelle zone più economicamente proibitive. Io sono convinto che in Italia la presenza di culture diverse nello stesso quartiere in tante città abbia frenato i conflitti sociali».

Un’altra cosa che va di moda è iniziare le riflessioni con la frase «la pandemia ci ha insegnato…». «Accetto la provocazione e dico che l’esperienza del confinamento ha fatto luce sul concetto di vicinato. Il vicino di casa non può e non deve essere solo quello che appartiene alla tua stessa classe sociale o che ha le tue abitudini. Io vivo a Bologna e porto l’esempio della strada sociale, un esperimento nato in una delle vie del centro dove tutti si danno una mano a vicenda. Tu non hai tempo di badare alla nonna? Ci penso io, magari la prossima volta tu vai a farmi la spesa. Il vicinato è una forza attiva, è un antidoto allo sradicamento».

Dopo anni di euforia al pensiero di abitare tutti in una «città-stato» pensiamo solo a Milano — si riscopre un’idea diversa? «Perché non la chiamiamo “città dilatata”? Un esempio concreto: Berlino. Non ha tanti grattacieli, ha tantissimo verde e quei parchi oggi uniscono quelli che un tempo erano il centro e la periferia. Il verde, le aree rigenerate, i quartieri che rinascono, i musei decentrati: tutto questo è la città moderna. Però anche a Roma io vedo un’impronta simile. Io penso che la città del domani sia piena di reti, di connessioni».

Architetto, non cederà anche lei all’idea romantica della casetta-rifugio in campagna? «Ma no. Però abbiamo toccato con mano quanto siano pericolosi gli ospedali grandi e accentratori. Perché non cominciamo a pensare a soluzioni diverse perla sanità?».

Per non dire delle scuole. «Qui vorrei parlare delle materie umanistiche. Ho come la sensazione che la politica incentivi il sogno tecnologico della startup senza ricordare ai nostri ragazzi che il 98 per cento di questi esperimenti è destinato al fallimento. E, al tempo stesso, si tolgono dai programmi materie come musica e storia dell’arte. Le materie umanistiche sono le uniche in cui una persona si confronta con sé stessa. Quelle che sviluppano spirito critico. Guarda un po’».

Nel suo libro «Il futuro è un viaggio nel passato» (Quodlibet) lei esamina casi architettonici nel mondo. «Mi sono chiesto: ma perché una volta l’architettura era diversa da una parte all’altra del globo? Per esempio, c’erano i palazzi al contrario, nell’India dei Maharaja: scavati nella terra, con un sistema di refrigerazione naturale. Quegli architetti erano così in sintonia con il clima che non avevano bisogno di tecnologie così sofisticate per creare cose fatte bene».

E oggi invece l’architettura è uguale dappertutto? «Diciamo che dipende molto di più dai sistemi economici. Ahimè».

 

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