Può l’architettura combattere i cambiamenti climatici?

Pubblicato
21 Sept 2022

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Le riflessioni di Mario Cucinella (MCA), Ben Van Berkel (Unstudio) e Bryant Lu (Ronald Lu & Partners)

L’impatto ambientale dell’edilizia

All’interno di questo quadro, è noto come all’edilizia – considerando l’impatto ambientale delle varie fasi dell’intero ciclo di vita di un edificio – si possa attribuire una quantità importante di emissioni in atmosfera, oltre che di un elevato consumo energetico. Secondo la Global Alliance for Buildings and Construction, gli edifici sono responsabili del 36% del consumo di energia globale e del 37% di emissioni di CO2 (dati pubblicati sul 2021 Global status report for buildings and construction e relativi dunque al 2020). Partendo da questi numeri, e dal fatto che ogni settore è chiamato a fare la propria parte in quella che è ormai diventata una corsa contro il tempo per salvare l’ecosistema terrestre, non si può evitare di chiedersi: può l’architettura combattere i cambiamenti climatici? Ecco il pensiero di tre professionisti che sono chiamati a trovare una risposta ogni giorno nell’attività del loro studio.

 

Può l’architettura combattere i cambiamenti climatici? Qual è la posizione che l’architettura è chiamata a tenere nei confronti dei cambiamenti climatici? La direzione da percorrere è quella di combatterli, adattarsi a essi oppure, in una certa misura, entrambe le cose?

M.C.: Ciò che è fondamentale è che “combattere i cambiamenti climatici” non diventi una sorta di slogan privo poi di sostanza e contenuti. È richiesto un impegno concreto, continuativo, condiviso e, soprattutto, su molteplici fronti. E non si può sperare di invertire la rotta grazie alla “buona volontà” di pochi o con azioni sporadiche. L’architettura deve fare la sua parte attraverso una ricerca che porti a progetti che impattino in modo minore. Credo si sia sulla strada buona, pur consapevoli che sarà molto lunga e complicata. E sì, certamente deve anche adattarsi a quanto ormai è il nostro quotidiano, guardando anche un po’ oltre. […]

 

Secondo le stime dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, entro il 2050 quasi il 70% della popolazione mondiale vivrà in città o in megalopoli. Quali nuovi modi di abitare, rispettando l’ambiente, si possono immaginare?

M.C.: Mai come durante la pandemia gli architetti sono stati interrogati sul futuro dell’abitare. “Architetto, come sarà la casa del futuro? L’ufficio del futuro? La scuola del futuro? La città del futuro?”. Felici di essere, forse più di prima, ascoltati, ma nessuno di noi ha una sfera per predire il futuro. Quello che è certo è che non potranno essere più pensati progetti fini a se stessi, né progetti solo di pura estetica o di pura tecnologia. Troppi sono stati i progetti che – con questi canoni – non hanno minimamente tenuto conto del contesto, della geografia, della demografia. Ecco, l’abitare del domani deve essere sempre di più il risultato di un’analisi vera. […]

 

Città dei 15 minuti, Passivhaus, Nearly Zero Energy Building: l’attenzione al tema della sostenibilità – ambientale, economica e sociale – è sempre maggiore. Quale ruolo ha avuto la pandemia in questo senso?

M.C.: La pandemia ha forse messo più in evidenza criticità già note, ma probabilmente ha anche accelerato processi virtuosi che già erano in atto: la ricerca per lo sviluppo di progetti NZEB, per fortuna, ha natali che precedono la pandemia. Anche il tema della città dei 15 minuti non è nuovo. Si è forse però compresa maggiormente l’urgenza di affrontare con decisione certe tematiche. […]

 

How will we live together? è stato il tema della 17ª Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. Può illustrare un suo progetto che ritiene particolarmente significativo per rappresentare il futuro delle nostre città?

M.C.: Poiché tutto ritorna, ripenso a quando, molti anni fa, avevamo progettato la casa 100K: una casa low cost, a emissioni zero. Una realizzazione capace di restituire il senso di piacere dell’abitazione e ripagare il costo dell’investimento con l’energia autoprodotta grazie all’impiantistica fotovoltaica, all’utilizzo di superfici captanti energia solare per i mesi invernali, alla circolazione interna dell’aria per quelli estivi e a tutte le strategie passive adottabili per rendere l’edificio una macchina bioclimatica. Il contenimento dei costi era possibile grazie ai vantaggi della prefabbricazione industriale: non sono questi temi oggi assolutamente all’ordine del giorno? […]

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