Recovery e architettura. Draghi rilancia la “scuola modulo”

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02 Nov 2021

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Il premier annuncia il coinvolgimento di archistar per progettare edifici scolastici prefabbricati e accelerare i tempi. Da Renzo Piano a Mario Cucinella. Chi sono gli architetti che potrebbero contribuire a questi standard edilizi

Di Manuel Orazi

Torna la prefabbricazione, dunque, grazie al Governo Draghi, “il tempo per costruire una scuola potrebbe essere ridotto”, ma chi saranno i grandi architetti che progetteranno il nuovo standard edilizio, come già promesso dal premier? Ovviamente Renzo Piano, che da tutta la vita persegue questa via: dalla “cultura politecnica” dei suoi professori Angelo Mangiarotti, Giuseppe Ciribini, Alberto Rosselli incontrati all’università, alle prime opere industriali genovesi, alla frequentazione dei corsi di Jean Prouvé (pioniere della prefabbricazione metallica in Francia, collaboratore di Le Corbusier, autore di decine di scuole smontabili e trasportabili nonché membro della giuria del concorso internazionale per il Beaubourg che premiò Piano&Rogers) fino alla casa evolutiva di Bastia Umbra (1978) dalle pareti prestampate e infine al progetto del suo gruppo al Senato G124 per “la Scuola Modello” (2017) di Sora, in provincia di Frosinone, il cui nome spiega già tutto.

La tradizione degli standard edilizi è lunga e nutrita, di certo più in Francia e in Germania, paesi di gran lunga più avvezzi alla programmazione e alla pianificazione. Gli studi in materia iniziarono già negli anni Trenta da più parti, in Italia ad esempio da Irenio Diotallevi e Franco Marescotti, in seguito da Maurizio Sacripanti per alcune scuole progettate in Puglia e in Romagna, ma niente di paragonabile al sistema brevettato nel 1948 dall’ingegner Raymond Camus. Sull’onda dell’enorme richiesta di alloggi ed edifici pubblici nell’Europa distrutta dalla guerra, alla metà degli anni ’60 Camus contava già sei fabbriche in Francia e sedici in altri paesi fra i quali Gran Bretagna, Germania, Italia e Algeria. L’Unione Sovietica abbandonò addirittura i propri sistemi per il suo à la française predisponendo un treno-cantiere speciale che, avanzando verso Est, si fermava, assemblava un insediamento, una scuola, una piazzetta col busto di Lenin, per poi ripartire. Tutto questo fervore di edilizia standardizzata scemò verso la fine degli anni Settanta, soprattutto per via dei difetti vale a dire la difficoltà di isolamento termico, freddi d’inverno e caldi d’estate, per la loro deperibilità e per l’estetica legata all’emergenza.

Del resto l’emergenza favorisce l’adozione degli standard, al punto che durante le lunghe ristrutturazioni o nelle aree terremotate in Campania e altrove sono stati usati spesso container simili a quelli da trasporto merci internazionale. Inoltre sono ben noti i problemi delle “casette” standardizzate bandite a gara dopo i terremoti del centro Italia con tutti i loro problemi realizzativi, paesaggistici ed estetici. Ci sono però altri casi molto recenti a Francoforte, Monaco e Berlino, di complessi scolastici fabbricati in serie di grandi dimensioni costruiti in legno lamellare che è un materiale ignifugo, economico rispetto ai metalli, parte integrante della filiera del legno (che da noi è di là da venire) che mantiene le foreste programmandone anzi l’espansione controllata.

Pochi mesi or sono Mario Cucinella, autore di edifici scolastici lignei pluripremiati in Emilia nonché allievo di Piano, ha pubblicato Architettura dell’educazione, a cura di Elena Dorato uno studio collettivo volto a dare alle amministrazioni pubbliche dei punti di riferimento tecnici che indica alcuni casi-studio lodevoli progettati da altri (Modus, Alfonso Femia, Zanon architetti, Diverserighe). Tuttavia l’attuale intenzione del governo potrebbe essere l’occasione per introdurre nel dibattito sul PNRR una parola-chiave ancora mancante: urbanistica. Bisognerebbe infatti produrre dei piani raziocinanti per il ballo del mattone alle porte e che anzi è già cominciato con il superbonus, come Vasco Errani aveva provato a fare nel 2017 nominando Stefano Boeri coordinatore delle attività di pianificazione urbanistica propedeutiche alla ricostruzione nei territori danneggiati dal sisma – iniziativa ben presto naufragata secondo la profezia di Longanesi: l’italiano alla manutenzione preferisce l’inaugurazione.

Eppure bisognerebbe riprovarci ora perché, una scuola può far rinascere un quartiere o un paese, attirando attività e nuovi abitanti, come avvertiva Giancarlo De Carlo su “Domus” già nel lontano 1947, “Il problema urbanistico della scuola è il problema urbanistico della città”.

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