Terrazzo Green No, Grazie

Pubblicato
24 Apr 2020

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Perché non ha senso piantare alberi in città. Parla Mario Cucinella

Di Michele Masneri

Fuga dalla metropoli: tutti si interrogano su come sarà il “dopo”, varie ed eterogenee task force antivirus vedono al lavoro le professionalità più fantasiose (ma rigorosamente niente architetti). […] vien fuori un tema un po’ generale: si è tutti un po’ tentati dalla fuga in campagna, è tutta una rivalutazione della “dispersione” e delle “aree interne”. Ma allora perché non parlare proprio con chi le ha inventate o almeno battezzate, queste benedette aree interne?

Mario Cucinella è un’archistar sui generis, se ne sta appartato sui colli bolognesi, non va in tv, però ha curriculum bestiale, e alla Biennale del 2018 il Padiglione Italia da lui ideato delle aree interne era una celebrazione. «Se ne parla in maniera molto vaga, anche perché in Italia aree interne vuol dire tutto, dalle Dolomiti alla Barbagia», dice Cucinella da San Lazzaro di Savena, location non cool, non da architetto (né metropoli né Toscana patrizia, insomma). «Che vuole, son venuto qui dopo dieci anni di Parigi, e dopo tre giorni il fruttivendolo mi riconosceva per nome». E’ il bello delle aree interne: «In Italia negli ultimi anni si è fatto un gran parlare di città metropolitana, una cosa che mi fa abbastanza ridere. Da noi infatti le metropoli non le abbiamo mai avute, ci sono due città grandi, certo, ma il nostro modello urbano non è quello. Lei sa che la città metropolitana di Torino ha 350 comuni, dentro c’è anche Bardonecchia. Ma secondo te uno di Bardonecchia si sente cittadino metropolitano di Torino?».

Altra definizione che non gli va giù è quella salvifica di “green”. «Si parla molto di green cities e smart cities, ma le nostre città in 20 minuti al massimo le attraversi e ne raggiungi un’altra, e in mezzo c’è il verde. Il green c’è già, eccolo lì. Non c’è bisogno di farlo in città», dice l’architetto, che non è un risentito di provincia, è stato allievo di Massimo De Carlo e ha lavorato a lungo con Renzo Piano.

Ha fatto edifici in tutto il mondo, ha pure lui la sua bella torre in costruzione a Milano (la Unipol); ha pure una moglie cinese, per dire il globalismo e la rilevanza. «L’Italia per il 60% di territorio è una rete di città green, è una rete urbana infilata dentro un sistema naturale», dice Cucinella. E ancora: «se vuoi ridurre le emissioni, devi cominciare a cambiare le caldaie. Il vero punto, quando si parla di polveri sottili, è che ci sono ancor oggi le caldaie accese a Milano. E la maggior parte sono a gasolio. Ma capisco che rispetto a un bosco verticale il tema della caldaia da cambiare non è sexy, non va sui grandi giornali di architettura», dice Cucinella. Però a Milano, caldaie o non caldaie, stanno piantando un sacco di alberi. «Ma è un grande alibi», dice l’archistar riluttante. «Tu puoi piantare gli alberi, certo. Piantarli è meglio che non piantarli. Ma intanto c’è un limite a quanti ne puoi piantare, e poi se tu pensi che usare questo per combattere l’inquinamento serva, ti illudi». Però aspetti, lei pure ha fatto un sacco di edifici green, anzi è stato il primo, la sede Guzzini nelle Marche, uno dei primi edifici italiani verdi. «Ma è questione di onestà, […] tu puoi costruire edifici con ventilazione naturale, con luce naturale, e io stesso ho costruito la sede dell’Arpa, l’agenzia per l’ambiente, a Ferrara, tutta così, ma non puoi dire che è a emissioni zero, bisogna essere realistici, sennò è tutta una menzogna, come fai a dire zero? Devi dare i dati: quanto consuma? Quando inquina? Sennò è tutta una menzogna».

Non mi dirà che allora non dobbiamo più costruire nulla. «No, anzi: possiamo e dobbiamo fare edifici che consumano meno, più efficienti: costruire è un’azione necessaria. Facciamoli col più basso impatto possibile e difendiamo la natura dove la natura c’è. Invece fanno i proclami, il primo edificio con la certificazione, il primo questo, il primo quello… ma se invece di continuare a costruire aree nuove facessimo un’operazione di riuso e di sostituzione? Abbiamo bisogno di case nuove, fabbriche nuove, scuole nuove. Questo è sicuro, perché quelle che ci sono non vanno più bene: allora, prendiamo quelle che ci sono e le sostituiamo, e avremo l’impatto zero e il consumo di territorio zero. Però smettiamola di pensare che costruire sia un’azione ecologica», si infervora l’architetto. […]

Ora ha lanciato un manifesto, per riprogettare l’Italia, «però insieme al Consiglio nazionale degli architetti. Non voglio fare l’opinionista solitario, come i virologi, saltar su e dire la mia, vorrei far qualcosa tutti insieme, perché gli architetti devono parlare tra loro ma soprattutto con la società, con chi poi costruisce le cose». Certi suoi colleghi sono più protagonisti. «Ma io questi “espertoni” che vanno sempre in tv li trovo un po’ patetici. Me l’hanno insegnato anche i miei maestri, bisogna parlare delle cose che si conoscono. E bisogna lavorare, progettare, non chiacchierare. Noi adesso qui in studio pensiamo a come costruire edifici del domani, con la faccenda del distanziamento, questo mi piace molto, mi appassiona. O gli impianti di aerazione che andranno completamente rivisti, basta con le finestre sigillate». Sarà anche la fine degli orribili openspace? «Mah, l’openspace è come un vestito, può andare bene in un’occasione e in un’altra no».

Cucinella nelle aree interne è nato e ci è tornato. Nato a Palermo da papà carabiniere, con una storia da Philip Roth. «Papà carabiniere siciliano che a un certo punto ha lasciato l’Arma e la Sicilia, e mette su un piccolo laboratorio di artigiano, una piccola aziendina, di bottoni. Col tornio. Era un momento di grande sviluppo, negli anni Sessanta, lui faceva il rappresentante di una ditta di vestiti, aveva vinto una Seicento come migliore venditore italiano, ci siamo trasferiti a Piacenza dove apre questa fabbrichetta. Mamma genovese, conosciuta quando faceva il militare al nord. Poi di nuovo trasferiti a Campo Ligure, un piccolo paese in provincia, anzi nell’area metropolitana di Genova: nel frattempo l’epoca dei bottoni era finita, perché erano arrivate le zip dall’America» (qui sembra Pastorale americana). A Genova Cucinella decide di voler fare l’architetto «grazie a un cugino di mia madre che aveva un bellissimo studio. Mi piaceva disegnare, così dopo il liceo artistico ho fatto architettura. Al terzo anno avevo finito tutti gli esami di progettazione ma mi erano rimasti quelli scientifici, un incubo».

D’estate va a fare i modelli nello studio di Renzo Piano, così entra a corte del grande maestro. Ma ne incrocia un altro, Giancarlo De Carlo, completamente l’opposto, e i due insieme sembrano aver plasmato le sue due facce d’essere architetto. «Sono stato un pessimo allievo di De Carlo, lui era molto duro, molto teorico, teorizzava la pazienza, l’ascolto, la lettura, la partecipazione. Cose difficili per me che avevo vent’anni e avevo voglia di fare, di correre. Anche di laurearmi, lui voleva che aspettassi un po’ e io invece andavo di fretta, così ci lasciammo male».

De Carlo, di cui quest’anno ricorrono i cent’anni della nascita, è stato uno degli architetti italiani più sensibili alla relazione col territorio. Prima di progettare andava a sentire le persone che poi avrebbero dovuto abitare nei suoi palazzi (una cosa che spesso si sente dire come maledizione nei confronti degli architetti: abitateci voi!). «Questa cosa della partecipazione poi l’ho capita molto in ritardo ed è diventata molto importante per il mio lavoro. Piano invece era “un tourbillon”: grandi cantieri, progetto continuo; se di De Carlo mi sentivo in soggezione, con Renzo mi sono sempre sentito in combutta».

Fa cinque anni nello studio genovese, sono gli anni gloriosi del Lingotto, poi si stufa, “Basta”. Come basta? «Con i grandi maestri bisogna decidere se continuare, e diventare come loro, oppure cambiare, così me ne sono andato, e lui un po’ se l’è presa, anche se io glielo dicevo che me ne sarei andato. “Vai vai, mi diceva”. Poi è arrivato il giorno, io avevo trovato lavoro da Jean Nouvel, a Parigi, ma lui alla fine mi ha detto: “No dai, da Nouvel no. Allora vieni da noi nello studio di Parigi”, mi ha detto, ed è stato credo l’unico caso di un architetto che dallo studio di Genova sia andato in quello francese di Piano, erano due mondi molto separati. Son stato da lui altri due anni, e poi me ne sono andato e ho aperto il mio di studio, sempre a Parigi”. Renzo me lo rimprovera sempre, “eh, però mi hai mandato affanculo”. Ma non l’ho mandato affanculo». Di nuovo, affrancarsi dai maestri. «E da solo, a Parigi, ho ricominciato da capo, lui poi è stato molto generoso, mi ha dato un contratto part time per sei mesi, così avevo da mangiare, e mi ha regalato l’arredamento usato del suo studio». Però dopo due anni basta anche Parigi. «Per quanto mi piacesse, fare quaranta minuti di metropolitana tutti i giorni non ne potevo più. Non ne potevo più della grande città. E avevo voglia di tornare a una dimensione più umana.

Così ho scelto Bologna», e non se n’è più andato, anche se ha studi a New York e a Milano. «Ma mi concentro meglio qui”. “Le grandi città sono state il sogno degli anni Novanta e Duemila, ma adesso mi pare che si siano trasformate in un grande incubo. Sono i luoghi delle grandi disuguaglianze, sono sempre più costose, sempre più faticose». Insomma andremo tutti a vivere in campagna? Che paura. «In campagna no, non è mica facile. E’ faticoso. Non ci sono le reti. Sono collegate male. E psicologicamente, andare a Gubbio è ormai più complicato che andare a New York». E allora? «Basta andare in una città media. Credo che il futuro passerà molto per le città medie, e in questo l’Italia è avvantaggiata». Anche senza piantare alberi.

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