Una nuova cultura della sostenibilità

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Una nuova cultura della sostenibilità

Di Mauro Panigo

Empatia creativa, sensibilità e conoscenza.

[…] In un momento di grande trasformazione, pur accompagnato da una rilevante crisi identitaria e valoriale, la tua sfida quotidiana risiede nell’innovare costantemente l’ambiente costruito, incorporando in esso i concetti di “Building Green Futures”. Quali sono gli strumenti di Mario Cucinella per innescare e dare vita a questi processi?

[…]

Cosa intendi per nuova cultura della sostenibilità e che relazione trovi tra mobilità e sostenibilità?

La definizione è difficile: sostenibilità contiene molte cose che occorre comprendere. Come spesso accade, si consumano più rapidamente le parole che i fatti: di sostenibilità se n’è parlato molto, ma non si è fatto altrettanto. Ci troviamo a dover fare i conti con una cultura che viene dal novecento: una cultura di consumo molto potente che si dimentica di altri fattori. Il tema del nostro tempo, del tempo di oggi, non può e non deve focalizzarsi solo sul cambiamento climatico bensì su un più generale cambiamento della cultura. Quindi, è fondamentale capire che stiamo vivendo una nuova era: un’era ecologica che richiederà il concepimento di edifici e di infrastrutture studiate con maggiore attenzione tecnologica negli strumenti di progettazione e non solo nella loro parte “muscolare” (ovvero strutture che sono solo “riempite” da impianti). Intendo con questo dire che, nel momento in cui si progetta, la conoscenza assolve a un ruolo centrale: sostenibilità è, infine, conoscenza.

Rientra, pertanto, nella mia visione di cultura della sostenibilità il tema della mobilità. Il nostro Paese ha bisogno di cure e siamo chiamati a lavorare sul nostro sistema urbano e infrastrutturale, unico al mondo. L’architettura può essere un decisivo strumento di rilancio dei territori interni, e deve tornare a essere al centro della nostra attenzione e del dibattito pubblico. Il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2018, che ha avuto come titolo “Arcipelago Italia”, ha messo al centro l’importanza che la mobilità riveste nel contesto dei territori più remoti. Le infinite potenzialità, che il rapporto tra nuove tecnologie, mondo dei trasporti e smart mobility potrà ricoprire nel mettere in connessione aree rurali con centri metropolitani, rivestiranno sempre di più un ruolo focale nel pensiero progettuale del domani.

Aggiornamento professionale e ricerca continua. Quale apporto qualitativo ritieni possa integrare le nuove procedure e certificazioni ambientali nel complicato percorso progettuale della mobilità?

Il progetto nel futuro dovrà essere sempre più guidato dal concetto di mobilità sostenibile coerente con l’evoluzione dei nostri sistemi di trasporto. Si tratterà di attivare un mix di trasporto pubblico e privato sempre più efficiente e di valorizzare le reti infrastrutturali tenendo conto delle nuove tecnologie e garantendo un’accessibilità diffusa. Inoltre nuove forme di mobilità potranno incidere favorevolmente rispetto alle esigenze di miglioramento ambientale e alle criticità derivanti dal cambiamento climatico, problema cogente a cui oggi ancora le risposte sono inadeguate. Chi gestisce e incide sullo sviluppo dei territori deve avere la responsabilità di dotarsi di strumenti di progettazione sempre più attenti a implementare l’interrelazione tra tutti i valori in gioco tra cui quelli ambientali e bioclimatici.

L’architettura e l’ingegneria della mobilità devono essere in grado sempre più di dare risposte alle istanze legate alla sostenibilità ambientale dei progetti, così da diventare dei veri e propri laboratori utili a definire e sperimentare nuove metodologie di approccio.

In tal senso anche la diffusione di protocolli di sostenibilità ambientale come il LEED – per il green building design – e la più recente ENVISION – per i progetti infrastrutturali – possono essere validi strumenti in cui la ricerca progettuale trova solide basi di sperimentazione continua nel rispetto dell’ambiente. Nell’articolato percorso progettuale è pertanto fondamentale che la ricerca e la conoscenza divengano modelli di comportamento comune: questo è un passo importante e significativo, ma è anche necessario che i progettisti tornino a essere i garanti della migliore progettazione dei luoghi e tendano con il loro operato allo sviluppo dell’evoluzione sociale, economica e ambientale del contesto che viviamo e che vivremo.

Nelle tue parole leggiamo una direzione che va quindi, verso un percorso di rinnovamento collettivo. Che ruolo gioca il concetto di “empatia creativa”?

L’internazionalizzazione dei processi del costruire indifferente ai luoghi, alle culture, alle condizioni paesaggistiche ed energetiche, ha creato una diffusione di modelli non adeguati al clima e alle condizioni locali, tanto da trasformare il costruito non in opportunità, ma in problema energetico planetario. Se da una parte la crescita delle città è stata, di fatto, una grande opportunità di questo secolo, dall’altra lo sviluppo di un’economia orientata esclusivamente al profitto ha generato una profonda disattenzione alle persone e prodotto, nelle città, luoghi di estraneità.

La conseguenza è stata una volgarizzazione dei modelli edilizi che ha portato non solo ad un appiattimento del paesaggio urbano e ad una indifferenza ai diversi bisogni, ma ha creato un problema di consumi spesso inconciliabili con le microeconomie, provocando inoltre livelli di inquinamento incompatibili con la vita delle persone.

La definizione di sostenibilità deve quindi tener conto di due punti di vista, il primo di carattere tecnico e prestazionale, l’altro relativo ad un nuovo rapporto tra architettura e paesaggio che generi identità con una maggiore empatia creativa. Contro un modello che è indifferente ai luoghi e alle persone, la sostenibilità è per definizione non globale, è contro il principio di appiattimento e semplificazione dei linguaggi.

I giovani designer, architetti, ingegneri necessitano di sostegno e di opportunità. SOS – School of Sustainability è una tua creazione che guarda a queste esigenze.

I giovani che oggi hanno 25 anni – coloro che oggi si sono appena laureati – tra vent’anni dovranno affrontare delle sfide che non sono quelle che sto affrontando io adesso. Nel futuro i problemi saranno infinitamente più difficili: questi giovani professionisti devono essere accompagnati con strumenti tecnici (perché un architetto o un ingegnere, così come un artigiano, se non sa usare i propri strumenti non va lontano). Oltre a questo c’è il tema della capacità di andare oltre il limite dell’oggi e saper immaginare al di là degli schemi consolidati. Solo questo atteggiamento può davvero determinare un cambiamento e può aprire visioni inattese.

Faccio un esempio significativo: Giotto dipinse il cielo blu per la prima volta, stanco dello stereotipo dei cieli dorati del medioevo. Può sembrare banale, eppure un uomo che fa una tale scelta artistica nel contesto di allora, certamente compie un atto rivoluzionario, rompe uno “status quo”. Giotto, così, introduce un tema d’imprevedibilità: chi avrebbe mai pensato che il cielo potesse essere rappresentato con il blu?

Credo che la scuola abbia il compito di aiutare i giovani a fare una riflessione sull’imprevedibilità del futuro, quella parte di tempo che non riusciamo ancora a vedere ma che può essere intravista attraverso la conoscenza, la creatività, l’intuizione e il talento. I giovani sono consapevoli di essere protagonisti di questo futuro che verrà e ricercano nella scuola gli strumenti per affrontarlo con fiducia e coraggio.

Hai parlato di Giotto e di un atto decisamente “contro-tendenza”. Quanto il tuo approccio alle sfide professionali di ogni giorno e della vita agisce in contro-tendenza o ricade in uno schema consolidato?

Non è da molto che comincio a comprendere questo mio mestiere. Ci ho messo del tempo a conoscerlo, perché è un mestiere insidioso, pieno di necessità, di conoscenze. La conoscenza continua, anche in questo caso, deve avere un ruolo centrale. Ti confronti quotidianamente con un mondo concreto di cose da fare: gli edifici che ci appaiono belli fuori hanno un “dietro le quinte” fatto di un lavoro immenso per arrivare al risultato. Ti accompagnano la paura e la passione di pensare una cosa che è immateriale e che devi trasformare materialmente in un luogo: è un processo molto complicato. Lo spirito libero delle prime idee si trasforma in un disegno, in un progetto. Poi dici: “adesso devo prenderlo e farlo passare dentro la rete sempre più fitta delle regole…” Se – avendo passato tutte le regole (norme, budget, clienti, imprese, etc.) – puoi ancora riuscire a sostenere che è comunque rimasto un sogno, allora ciò vuol dire che hai raggiunto il tuo risultato e che le tue idee continuano a vivere in quella struttura.

Il processo creativo delle opere di architettura e di ingegneria è una delle cose più belle che un uomo possa fare e sperimentare. Se ci pensiamo attentamente, le nostre memorie – al di là delle dinamiche affettive con le persone – sono spesso legate ai luoghi, che si tratti di un paesaggio, di una strada o di un edificio. È il caso di quest’aneddoto. Io ho ancora un ricordo preciso di quando andavo all’asilo: cinquanta anni dopo mi trovo a dover progettare un asilo. Mi torna la memoria del mio asilo e scopro che lo aveva disegnato e progettato Giuseppe Vaccaro, uno dei modernisti di quegli anni. Allora mi dico che è vero che l’architettura non si muove bensì viaggia nella memoria: viaggia nella nostra memoria, nel nostro intimo, è un qualcosa legato alla storia della nostra casa, agli odori della nostra terra, allo spazio e al tempo.

Progettare è un atto di grande responsabilità. Costruire lo spazio è forse una delle azioni più antiche dell’uomo e continua a essere una grande sfida dei nostri giorni.

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